Social lending: come funziona il prestito tra privati

Veloce e “social”. L’ultima frontiera della finanza è il social lending, ovvero il prestito tra privati, la modalità che permette di ottenere un finanziamento, anche last minute, nel giro di 24 ore e a tassi d’interesse allettanti (realizzati grazie all’abbattimento dei costi di intermediazione).

Tutto così facile? Non proprio. Per godere dei vantaggi del social lending bisogna avere una più che buona reputazione creditizia. Cattivi pagatori, protestati, insolventi trovano la porta chiusa: il sistema eroga prestiti personali senza garanzie, per cui la fiducia e l’affidabilità sono tutto. Ma se si possiedono i requisiti giusti, il social lending può essere una valida alternativa al circuito tradizionale delle banche. E così, in pochi clic – tutto on line – nel rispetto della privacy, compilando una semplice richiesta su un portale web (Smartika, Prestiamoci e Soisy, le piattaforme attive in Italia) si può ottenere un prestito “sociale”.

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Nel numero di Test-Salvagente in edicola approndiamo il meccanismo del social lending (e i buchi normativi che ancora espongono chi presta ma anche chi riceve a molte criticità) e confrontiamo le offerte di tre portali (Smartika, Prestiamoci e Soisy) con le condizioni migliori dei canali tradizionali.

Senza banca

Il fenomeno ha trovato una seconda vita in questi ultimi mesi dopo che nel 2009 era stato bloccato dalla Banca d’Italia perchè sospettato di “raccogliere risparmio” senza autorizzazione. Superate le criticità e ottenuto il disco verde da via Nazionale (questi portali hanno un’autorizzazione ad operare come Istituti di pagamento) il social lending si sta facendo largo tra piccoli risparmiatori.

Si tratta di un prestito da privato a privato (persone fisiche, dunque, che agiscono al di fuori di qualsiasi attività professionale) effettuato all’interno di una piattaforma informatica, nota oltre che con il nome di social lending con quelli di peer-to-peer o P2P lending, iscritta nell’elenco degli Istituti di pagamento e regolarmente autorizzata e vigilata dalla Banca d’Italia. In questa piattaforma web si incontrano domanda e offerta: da un lato, c’è chi ha bisogno di un finanziamento per ristrutturare casa, acquistare un’auto o pagare un viaggio o le tasse universitarie, e dall’altro chi offre del denaro a titolo di investimento (finanziando quindi il progetto di un privato cittadino come lui – ecco il lato “social” – anziché investire in Btp o corporate bond e ingrassare le casse dei banchieri).

Il prestito? Suddivo in 50 quote per limitare i rischi

Il meccanismo ha successo perché permette agli investitori di remunerare il prestito concesso con tassi di interesse più alti rispetto a quelli praticati dagli intermediari finanziari tradizionali e, allo stesso tempo, di accreditare il prestito al richiedente imputando oneri di rimborso più bassi. Ciò è possibile perché si opera integralmente per via telematica, limitando così in maniera significativa i costi di una banca tradizionale. Ma attenzione: il più alto tasso di remunerazione che gli investitori (prestatori) ottengono è connesso al rischio più elevato che essi accettano prestando il denaro, dato che il finanziamento non è circondato da alcuna garanzia.

Normalmente si tratta di prestiti non troppo esosi. Ad esempio su Smartika, possono essere richiesti prestiti da 1.000 a 15.000 euro, rimborsabili da 12 a 48 mesi; e per diversificare il rischio dei prestatori, la loro offerta è automaticamente suddivisa in 50 parti (se si offrono 1.000 euro in prestito, questi sono divisi in quote da 20 euro di- rette a 50 diversi richiedenti). Chi chiede il prestito fornisce le proprie informazioni personali e reddituali e lo scopo del prestito, autorizzando la piattaforma a interrogare le banche dati (come il Crif) per conoscere la sua storia creditizia. Se le condizioni proposte lo soddisfano, invia la documentazione che prova quanto dichiarato e firma il contratto che lo impegna a ripagare i suoi prestatori. Se dopo i controlli (che richiedono pochi giorni) l’esito è positivo, il richiedente riceve subito la somma sul suo conto corrente e comincia a restituirla mensilmente con addebito automatico (è la piattaforma che suddivide la rata tra i prestatori, ciascuno per la propria quota capitale e interessi). Il richiedente può in ogni momento estinguere il prestito senza alcuna penale.

Non per tutti

Dunque, per chi non ama banche e finanziarie tradizionali e crede che il denaro debba circolare in maniera più “social”, senza intermediari che speculano, l’economia collaborativa (o sharing economy) è l’idea vincente. Ma non è tutto oro quello che luccica. Non tutti vantano una storia creditizia immacolata, o quasi, per cui il social lending è in realtà per pochi. Nel blog di Smartika si legge infatti che spesso chi si avvicina a questa forma di finanziamento “incorre nell’equivoco di scambiare la piattaforma di social lending per una finanziaria che eroga credito a chi non può più ottenerlo attraverso canali tradizionali. Non è così. Prestito ‘social’ non significa assistenza sociale. Significa piuttosto prestito tra privati, tra pari che si scambiano danaro all’interno di una comunità condivisa, dove ricevere credito è un diritto ma rimborsarlo è un dovere”.

Lo conferma anche Daniele Loro, amministratore delegato di Prestiamoci, l’unica piattaforma social che opera anche come finanziaria tradizionale: “Capita di ricevere richieste sulla nostra piattaforma da parte di soggetti che non hanno più accesso al credito perché in passato non hanno onorato i loro debiti e credono che da noi possano comunque ottenere un prestito. Ma queste richieste vengono respinte. Noi valutiamo con la massima attenzione il merito creditizio dei richiedenti perché sappiamo di avere una responsabilità sociale. Quindi, selezioniamo le domande con grande professionalità, e questo, a dire il vero, ci crea delle difficoltà a trovare clienti. Ma è una scelta precisa: al nostro interno opera uno staff di professionisti con specifiche competenze che lavora con serietà e seleziona solo i clienti affidabili”. In pratica, anche per tutelare se stesse, le piattaforme di social lending non possono permettersi un tasso di insolvenza pari a quello delle banche.